Ci sono notizie che non si leggono. Si subiscono.La morte di Denise Cosco è una di queste.

Denise aveva 35 anni. La stessa età di sua madre Lea quando, nel 2009, venne assassinata a Milano dal padre di Denise, Carlo Cosco, insieme ai suoi complici.

Lea aveva scelto di rompere il silenzio. Aveva scelto la giustizia, nella speranza di costruire per sé e per sua figlia una vita diversa. Una vita libera dalla ’ndrangheta, dalla paura, dalla violenza.

Ma quella libertà ebbe un prezzo terribile.

Lea fu uccisa. Denise fu costretta a crescere dentro quella tragedia, a vivere sotto protezione, a cambiare identità, a nascondersi per poter sopravvivere. Anche dopo la condanna degli assassini di sua madre, il passato non ha mai smesso davvero di accompagnarla.

Ed è questo l’aspetto che più mi colpisce e mi ferisce.

Denise non è stata soltanto la figlia di Lea Garofalo. È stata una giovane donna costretta a portare sulle spalle una storia che nessun figlio dovrebbe mai conoscere. Una storia fatta di sangue, giustizia, solitudine, paura e silenzi.

Non credo sia giusto cercare spiegazioni semplici per una tragedia così grande. Non conosciamo fino in fondo il dolore che Denise ha portato dentro di sé e non abbiamo il diritto di riempire quel dolore con giudizi o facili conclusioni.

Abbiamo però il dovere di ricordare.

Di ricordare Lea, che ebbe il coraggio di sfidare la ’ndrangheta. Di ricordare Denise, che per tutta la vita è stata chiamata a sopravvivere a una guerra che non aveva scelto.

La loro storia è stata raccontata anche attraverso il cinema e la televisione, ma nessuna sceneggiatura potrà mai restituire davvero la sofferenza di una madre e di una figlia alle quali è stata negata la normalità.

Per questo oggi non voglio ricordarle soltanto attraverso la violenza che le ha colpite. Voglio ricordarle in quella fotografia in cui sono semplicemente Lea e Denise. Una madre e una figlia forse, per un istante, felici.

È così che vorrei consegnarle alla memoria: non come due simboli, non come due nomi dentro una terribile storia di ’ndrangheta, ma come due persone che avrebbero avuto il diritto di vivere, amarsi e sentirsi finalmente libere.

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