C’è una domanda che, osservando le proteste di questo mese, continuo a farmi: quale messaggio trasmettiamo quando una manifestazione pacifica fatica a conquistare attenzione, mentre un’immagine di violenza riesce immediatamente a imporsi nel dibattito pubblico?
Me lo chiedo da cittadino, da sindacalista e da uomo dell’informazione. Perché chi si occupa di comunicazione ha anche la responsabilità di interrogarsi su ciò che sceglie di mostrare, sul peso che attribuisce alle notizie e sulle storie che lascia ai margini.
Nei presidi degli autotrasportatori e degli agricoltori del nostro territorio ho visto persone preoccupate per il proprio futuro. Ho ascoltato imprenditori, lavoratori e giovani parlare di carburante, costi diventati insostenibili, sacrifici e difficoltà ad andare avanti. Persone che chiedevano di poter continuare a lavorare e di essere ascoltate.
È questa realtà che avrei voluto vedere al centro del racconto nazionale, con maggiore continuità e profondità.
Testate territoriali come LaC News24 hanno seguito le mobilitazioni, portando all’attenzione del pubblico le richieste e le preoccupazioni dei protagonisti. Un lavoro prezioso, perché dietro un camion fermo o un trattore in strada c’è una storia che merita di essere raccontata. Eppure, la mia impressione è che nel dibattito nazionale le ragioni sociali della protesta abbiano faticato a ottenere lo stesso rilievo delle immagini degli scontri.
La domanda è proprio questa: perché il disagio sembra diventare davvero urgente soprattutto quando produce immagini di violenza?
Una famiglia che non riesce più a sostenere le spese non offre necessariamente una scena spettacolare. Un agricoltore che lavora senza riuscire a coprire i costi richiede tempo, domande, approfondimento. Un autotrasportatore che rischia di fermare la propria attività ha bisogno che qualcuno spieghi come sia arrivato a quel punto.
Una vetrina infranta, invece, si vede subito. Si presta a un titolo, a un video rilanciato migliaia di volte, a una discussione televisiva.
Ed è qui che, a mio avviso, una parte dell’informazione rischia di perdere la propria funzione: quando la capacità di attirare attenzione finisce per pesare più della capacità di aiutare a comprendere.
Non penso che ogni scelta editoriale sia dettata dai clic, né metto sullo stesso piano tutti i giornalisti e tutte le testate. Conosco il valore di chi lavora sul territorio, verifica, ascolta e racconta anche quando una storia non promette grandi numeri. Ma la pressione degli ascolti e delle visualizzazioni deve essere oggetto di una discussione seria, anche dentro la nostra professione.
C’è poi una responsabilità politica. La scelta di incontrare a Milano le delegazioni degli autotrasportatori meridionali mi lascia una domanda: perché non portare anche una presenza istituzionale direttamente nei territori in cui quella sofferenza si manifesta?
Milano è una città importante del Paese. Lo sono anche i luoghi del Mezzogiorno nei quali uomini e donne chiedono risposte. Andare lì, guardare quelle persone negli occhi, ascoltarle nei loro presidi avrebbe avuto un significato preciso: riconoscere che il Sud merita attenzione anche nei luoghi in cui vive e lavora.
Chi manifesta pacificamente deve poter sentire che la propria voce conta.
La violenza va condannata, sempre. Aggredire, distruggere o intimidire significa danneggiare altre persone e indebolire le ragioni di chi protesta. Proprio per questo dobbiamo evitare che si affermi un messaggio pericoloso: rispettare le regole rende invisibili, superarle assicura attenzione.
Mi chiedo se la ripetizione continua delle immagini degli scontri, quando è accompagnata da un’attenzione insufficiente alle forme pacifiche di partecipazione, possa contribuire ad alimentare questa percezione. È una domanda sulla responsabilità pubblica dei media, non una giustificazione per chi commette violenze.
Raccontare gli scontri è un dovere giornalistico. Lo è anche raccontare il disagio prima che esploda, dare spazio alle richieste, verificare le risposte della politica e tornare sui problemi quando le telecamere si sono spostate altrove.
Vorrei un’informazione capace di riconoscere il valore civile di una piazza pacifica. E una politica capace di ascoltarla senza aspettare che diventi un’emergenza.
Perché una democrazia si indebolisce quando chi chiede rispetto comincia a dubitare che essere rispettoso serva a qualcosa.
La dignità di chi protesta pacificamente deve fare notizia. Prima che a fare notizia sia la sua disperazione.
